MACCHINA PER VACANZE
Ho ritrovato questo testo sfogliando il libro Architettura e Turismo ringrazio Gabriele Mastrigli che mi ha permesso di pubblicarlo.
Oltre a parlare di libri penso sia importare ritrovare e riproporre i testi che incontro quotidianamente, questo per esempio lo sto facendo leggere ai miei studenti all'interno di un workshop dal titolo Architettura come modello alla scuola CONFLUENCE di Lione.
Riproporrò altri articoli e saggi estratti da quotidiani e riviste, per restituire a queste scritture un altro spazio ed un altro tempo di lettura, quello della rete.
Macchine per vacanze
Architettura del tempo libero e modernità
di Gabriele Mastrigli
Pienamente inscritta nel DNA della modernità la cultura del
tempo libero ha sempre implicato il suo opposto, ovvero un lavoro di
organizzazione e regolamentazione. Da quando, nel 1866 il Congresso operaio
internazionale di Ginevra sancisce il principio delle otto ore lavorative,
ovvero il principio delle "tre otto" raccontato nella canzone di J. F.
Blanchard ("otto ore per lavorare, otto ore per riposare, otto ore per
vivere e sognare"), la vacanza, l'interruzione del ritmo lavorativo,
diventa una delle tre forme della vita moderna, non l'alternativa al tempo del
lavoro e a quello del riposo, ma il suo completamento.
Per questo, già nella fase matura dell'industrializzazione,
il turismo assurge a fenomeno di massa, vero e proprio sistema di
organizzazione del tempo liberato dai ritmi del lavoro, ma regolato attraverso
nuove forme di attività che hanno bisogno di strutture e spazi specifici e acquistano
da subito la stessa natura sociale e omologante delle altre due categorie della
modernità: lavorare e abitare. Appare così un primo, interessante paradosso:
nonostante la prossimità con l'idea di viaggio, il turismo rimane a lungo,
un'attività sostanzialmente stanziale. Anche se il tempo libero stenta a
diventare un vero e proprio tema architettonico all'altezza delle riflessioni
sugli spazi del lavoro (la fabbrica, l'ufficio) o del riposo (la residenza),
sono proprio alcuni esempi legati allo sviluppo degli spazi del turismo che
rappresentano il carattere più moderno della società occidentale, il suo stadio
più avanzato.
Nel 1883 la costruzione del ponte di Brooklyn libera
l'accesso a Coney Island, un'appendice della penisola di Manhattan che da qual
momento diventa la spiaggia di New York e ospita, ogni settimana, l'esodo di
più di un milione di persone. Il massiccio fenomeno di occupazione del litorale
atlantico porta in breve alla necessità di attrezzarlo adeguatamente. "La
natura vergine, che era la meta di questa frenetica migrazione - ci racconta
Rem Koolhaas nella sua celebre ricostruzione dei fatti - sparì sotto l'assalto
di una iperdensità senza precendenti. Come rimedio a questa perdita di natura,
fu sviluppata una batteria di nuove tecnologie che fornissero sensazioni
equivalenti su una scala che doveva essere adeguata ai nuovi numeri
metropolitani. Coney Island divenne un laboratorio dell'inconscio collettivo: i
temi e le tattiche dei suoi esperimenti sarebbero più tardi riapparsi a
Manhattan."[1]
Il rapporto tra natura e artificio è senz'altro il tema più
interessante degli spazi del turismo.
L'esempio di New York è emblematico. Nonostante i luoghi del tempo
libero richiedano, come motore di avviamento, la presenza della natura, la loro
intima struttura non può che essere altamente organizzata ed equipaggiata per
far fronte alle esigenze delle grandi masse. Tutto ciò richiede un forte
livello di antropizzazione dei luoghi attraverso tecnologie e organizzazione
degli spazi adeguati. In breve un sistema compiutamente artificiale. Appare
chiaro da subito che le attività connesse al tempo libero non sono soltanto una
fuga dai luoghi del lavoro e della residenza, ma un modo di essere della
società moderna, peculiare proprio perché intermedio tra lavoro e residenza e,
anzi, ad essi sempre più connesso.
Nella fase più sperimentale e controversa della modernità,
gli anni '20 del Novecento, l'organizzazione del tempo libero diventa centrale
nelle politiche di controllo sociale. La vacanza si inscrive in un ruolo
'educativo' come nel caso dell'Opera Nazionale Dopolavoro (OND) l'associazione
creata il 1 maggio 1925
in Italia dal regime fascista col compito di occuparsi del tempo libero dei
lavoratori curando "l'elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo
sport, l'escursionismo, il turismo, l'educazione artistica, la cultura
popolare, l'assistenza sociale, igienica, sanitaria, ed il perfezionamento
professionale"[2]. L'Opera
Nazionale Dopolavoro rientra in quel piano di orientamento dei costumi e delle
abitudini avviato dal regime nel corso del ventennio il cui scopo era individuare
e costruire stili di vita generalizzati in cui il progetto del tempo libero giocava un ruolo cruciale, come nel
caso delle colonie marine, montane o lacustri, vere e proprie città-estive
altamente organizzate[3].
Il concetto di dopolavoro come forma di organizzazione e
promozione delle attività legate al tempo libero dei lavoratori, permane nelle
esperienze del dopoguerra all'interno del sistema del welfare degli stati
democratici. Con il boom economico e l'avvento della società dei consumi il
lavoratore è sempre più incoraggiato ad andare in vacanza, assecondando i nuovi
canoni della società moderna e contribuendo - anche sul piano economico - al
suo sviluppo. La natura della vacanza come trait d'union tra il lavoro e l'abitare, tra la fabbrica o
l'ufficio e la residenza, diventa più marcato con l'esplosione e il livellamento
del fenomeno turistico a tutti i ceti sociali. Il turismo smette
progressivamente di essere un'attività collaterale, la valvola di controllo del
sistema, e inizia ad assumere i connotati di un nuovo sistema di produzione e
consumo di beni e servizi.
Negli anni '60 il turismo è ormai una macchina autonoma,
indifferente ai tempi e ai modi del lavoro, e anzi forma di lavoro (e consumo)
alternativa, macchina di produzione di una società virtualmente sempre in vacanza. Il Fun Palace di Cedric Price (1960-65) ne è la formalizzazione teorica
più avanzata: un complesso di strutture ricreative mobili immaginate come
"laboratorio del divertimento" alla periferia di Londra, ma destinato
a un pubblico regionale e nazionale. Non un semplice luogo di divertimento, ma
una vera e propria "macchina per viverci dentro" in cui turismo
(movimento) e vacanza (divertimento) trovano la loro combinazione ideale. E' il
"santuario meccanizzato dell'homo ludens"[4].
"Niente
porte, atri d'ingresso, code e custodi: sta a voi decidere come usarlo. Guardatevi
intorno - prendete un ascensore, una scala mobile per andare ovunque o verso
qualunque cosa vi appaia interessante. Scegliete cosa volete fare - o guardate
qualcun altro mentre lo fa. Imparate a maneggiare utensili, vernici, bambini,
macchine, o ascoltate semplicemente la vostra canzone preferita. Ballate,
parlate o fatevi sollevare in alto per vedere gli altri come fanno funzionare
le cose. Sedetevi con un drink in mano a guardare lo spazio e sintonizzatevi su
ciò che accade da qualche altra parte della città. Cercate di scatenare un
putiferio o cominciate un quadro - o semplicemente stendetevi a terra a
guardare il cielo."[5]
Elogio dell'indeterminato e, allo stesso tempo, simbolo di
efficienza (non a caso è l'idea di un imprenditore, la produttrice teatrale
Joan Littlewood), il Fun Palace mette in
scena le potenzialità della macchina del tempo libero nel momento in cui sta
diventando una delle economie più potenti delle società capitalistiche
sviluppate, riunendo in una sola formula i concetti di theme park e di luogo culturale e ricreativo. Pur essendo una
proposta progettuale rimasta sulla carta, per di più in bozza, il dispositivo
di Price, forse proprio in virtù della sua natura di modello astratto, avrà
un'influenza fondamentale per una intera generazione di architetti alle prese
con le mille varianti della macchina ludica. Il Centro Pompidou di Renzo Piano,
Richard Rogers e Gianfranco Franchini (1971) ne è uno dei più noti discendenti.
Non solo perché riprende e realizza il sistema strutturale del Fun
Palace (l'idea di spazio appeso), quanto
perché muove il concetto di divertimento nel terreno dello spazio della cultura
e persino della rappresentazione dell'istituzione pubblica, invertendo l'idea
tradizionale di tempo libero come tempo extraurbano e di vacanza -
letteralmente, di allontanamento - dai luoghi centrali della città.
In seno agli anni '60 nascono però anche i primi sospetti
nella dimensione salvifica del tempo libero. All'opposto della visione
ottimistica e fondamentalmente progressiva del Fun Palace, il Superstudio prefigura la sua idea di Macchina
per vacanze a Tropea, lungo la costa calabra[6]:
un'attrezzatura per il tempo libero nella forma di una gigantesca macchina-diga
collocata a ridosso della pittoresca foce del fiume Arbona, ma totalmente
introversa. Quasi nulla si mostra infatti all'esterno dei suoi dispositivi, né
il suo pubblico può godere della pur notevole posizione paesaggistica. Tutto si
svolge all'interno del "paradiso artificiale", un "self-service
della mente e del corpo" completamente autosufficiente grazie all'energia idroelettrica
garantita dalla presenza del fiume.
Indifferenza del turismo ai luoghi - ogni posto è una meta
potenzialmente turistica - e turismo come forma più alta della società dello
spettacolo, senza escludere il tema della (messa in scena della) sostenibilità
e del rispetto della natura[7].
Sono questi i messaggi dell'utopia negativa del Superstudio che, nella sua
"macchina per vacanze", rivela con lucida ironia il potenziale alienante
e autoreferenziale di quelle strutture pure immaginate per sanare i mali della
modernità. Se il Fun Palace portava alle
estreme conseguenze la visione modernista di Gropius di architettura come
"teatro totale" - pur deideologizzata e applicata al divertimento - in
cui tutto si gioca nella partecipazione del pubblico all'evento, o meglio in
cui il pubblico è l'evento, nel
progetto del Superstudio non è previsto alcun coinvolgimento degli
"abitanti" e tutto ruota intorno alla descrizione di questa macchina
"a funzionamento simbolico", del suo "cervello", dei suoi
meccanismi. L'utopia dell'edificio come macchina per il divertimento totale e,
per esteso, del turismo come "salvezza" della società moderna, sono
smascherati con la stessa crudezza con cui Stanley Kubrick nello stesso anno immagina
l'astronave di 2001 Space Odissey
guidata dal computer HAL 9000: una macchina celibe a servizio dell'equipaggio,
ma talmente efficiente e autosufficiente da non aver bisogno di alcuna umanità,
della quale cerca infatti di sbarazzarsi.
PS. Un capitolo poco noto nella storia delle macchine per
vacanze tecnologicamente più avanzate - e la dimostrazione che l'argomento è tutt'altro
che science fiction - è la vicenda di
Summerland, un leisure centre
completamente climatizzato alto 30 metri, grande come un campo di calcio,
realizzato sull'Isola di Man nel 1971 per accogliere le vacanze della nuova working
class inglese in qualsiasi periodo
dell'anno. Lo spazio era infatti un perfetto "well tempered
environment" in grado di riprodurre diversi microclimi garantendo lo
stesso servizio, recitavano le pubblicità, "di un resort in Spagna".
Il set di ambienti di relax e divertimento che poteva ospitare fino a 10.000
persone includeva bar, ristoranti, discoteche. spazi per attività sportive e il
Sundome, una futuristica stanza per l'abbronzatura.
La notte del 2 agosto del 1973 un disastroso incendio, che
le cronache addebitano alla natura delle strutture e dei sofisticati materiali
utilizzati, distrugge Summerland causando la morte di 51 persone e il ferimento
grave di altre 83. [8]
Questo testo è tratto:
Architettura e Turismo
(a cura di Luigi Coccia)
Franco Angeli, 2012
Il rapporto tra architettura e turismo definisce lo sfondo tematico entro cui si muove un esperimento virtuoso di confronto multidisciplinare. Se da un lato l'architettura, accostandosi al tema del turismo, tende ad esplicitarsi attraverso specifiche competenze che vanno dalla pianificazione strategica alla tutela e valorizzazione del patrimonio, dalla progettazione dello spazio per il tempo libero alla innovazione delle tecnologie ambientali, dall'altro il turismo apre ad ulteriori saperi tirando in ballo la geografia, l'antropologia, l'economia, la sociologia. Tra le diverse modalità di indagine del fenomeno turistico, il libro ne privilegia una particolare, quella degli architetti che, pur avvalendosi di spunti esterni alla disciplina, indirizzano la ricerca sugli effetti che tale fenomeno ha prodotto e continua a produrre sul territorio. Risorse naturalistico-ambientali e storico-architettoniche richiedono una progettualità che sappia non solo valorizzare la loro presenza ma anche e soprattutto interpretarle come polarità di un sistema turistico sempre più integrato con i contesti locali. Ponendo particolare attenzione alla forma del territorio e delle sue architetture, i contributi si soffermano sugli spazi destinati alle pratiche del tempo libero, contribuendo così a ri-orientare i processi di trasformazione indotti dal turismo verso modelli sostenibili, alternativi rispetto alle esperienze maturate nel secolo scorso.
[1] Rem
Koolhaas, "Life in Metropolis od the Culture of Congestion", in
"Architectural Design" XLVII, agosto 1977 [trad. it. Urbanistica e
delirio, in M. Biraghi, G. Damiani (a cura di), Le parole dell'architettura,
Einaudi, Torino, 2009, p.339-353]
[2] http://it.wikipedia.org/wiki/O.N.D.
[3] Va ricordato
che l'istituzione delle colonie di vacanza in Italia risale alla metà dell'800
come cura elioterapica di malattie infantili come la tubercolosi. E' con il fascismo
che le colonie assumono una valenza ricreativa e pedagogica più generale. Cfr.
Stefano de Martino, Alex Wall (a cura di) Cities of Childhood. Italian Colonie
of the 1930s, Architectural Association, London, 1988.
[4] Adolfo
Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, "Dall'industria al tecnomorfismo,
in "Necropoli", novembre 1969-gennaio 1970, pp. 13-26
[5] Hans Ulrich
Obrist (a cura di), "Cedric Price. RE:CP", Letteraventidue, 2011,
p.30
[6] E' la tesi
di laurea di Cristiano Toraldo di Francia, discussa nel 1968 presso
l'università di Firenze, pubblicata in "Domus", n. 479, ottobre 1969,
pp. 40-43.
[7] Non a caso
il progetto prendeva le mosse dal tema della degradazione morfologica della
costa e dal suo necessario risanamento ecologico.
[8] http://youyouidiot.blogspot.it/2011/10/summerland.html;
http://en.wikipedia.org/wiki/Summerland_disaster