PRECISIONS

Un analisi attenta sul valore della rilettura di alcune pubblicazioni fondamentali che l'editore Parks Book sta riportando nelle librerie, attraverso lo sguardo

preciso

di Luca Montuori che ringrazio.

Precisions on the Present State of Architecture and City Planning

Reprint of the Original American Edtion, with a New Introduction by Tim Benton, 58 original Lecture sketches by Le Corbusier, and Explanatory Notes

Parks Books 2015

di Luca Montuori

Un insieme di testi teorici importanti e che erano fuori da tutti i cataloghi negli ultimi tempi stanno tornando negli scaffali delle librerie. E’ una scommessa importante che alcuni editori stanno portando avanti, e tra questi la Park Books ha finalmente ristampato una copia dell’edizione americana delle Precisions di Le Corbusier, che in italiano era stato pubblicato nel 1979, in una edizione di grande divulgazione e di poca cura grafica. Precisazioni sullo stato attuale dell'architettura e dell'urbanistica. Con un prologo americano, un corollario brasiliano, seguiti da una temperatura parigina e da una atmosfera moscovita, era un libro che si trovava usato o tra i tavoli dei remainders e che avevamo tra gli scaffali dello studio con il disegno bellissimo di Rio de Janeiro rosso e verde in una copertina dalla cornice viola. C’era qualche tavola a colori riprodotta molto piccola all’interno, ma nell’insieme il testo si proponeva come un insieme di scritti teorici. Un giorno, più di qualche anno fa, a Parigi, entrando alla Fondation Le Corbusier, ho trovato esposti alcuni dei grandi fogli di carta da spolvero con i disegni che Le Corbusier ha realizzato in diretta durante le conferenze tenute nel suo viaggio in Sudamerica: la nuova città del XX secolo, Buenos Aires, Rio, San Paolo. Disegni grandi, con i tratti rapidi del gesso che arrivavano fino ai margini occupando tutto lo spazio disponibile del foglio, segni sintetici, saturi di colori, scritte, appunti, punti esclamativi, disegni spontanei come schizzi su un taccuino ed esuberanti al punto da evocare una lotta quasi fisica con il foglio. Ricordo soprattutto, su una parete isolata il disegno dello skyline di Buenos Aires visto dal mare, con pochi tocchi di giallo, un mare nero che si muove anche di notte e non sta fermo mai, un’intensità ipnotica per chi aveva visto sempre un francobollo nero in fondo a una pagina. La Fondation ha nel suo archivio oltre settanta disegni che fanno parte del ciclo di lezioni, tenuto da Le Corbusier nel 1929 tra Argentina e Brasile durante il suo viaggio in Sud America che toccò anche Montevideo, Mar de la Plata, Asunciòn. In occasione dei cinquanta anni della morte di Le Corbusier (27 agosto 2015), questa nuova edizione viene ampliata per la prima volta con la riproduzione, in grande formato a colori, di cinquantotto disegni che Le Corbusier ha realizzato durante le 10 conferenze a Buenos Aires per supportare il parlato con “argomentazioni visuali”. Parlare e disegnare insieme, argomentare con parole e immagini che scaturiscono dal discorso e ne sono parte integrante, come quando si discute di un progetto intorno a un tavolo, il disegno aiuta a chiarire le parole. Vedendo oggi il testo nella nuova edizione, per chi come me non è uno storico dell’architettura e quindi si è limitato a leggere il libro senza spingersi oltre il testo editato, si chiarisce la complementarietà dei testi e dei disegni, si immagina Le Corbusier dare le spalle al pubblico, disegnare, girarsi, sottolineare, tracciare segni: rendere la conferenza stessa uno spettacolo magnetico, una performance. Nell’introduzione al testo è citata una intervista del 1951 in cui Le Corbusier afferma: “Non preparo mai le mie lezioni (…) l’improvvisazione è una cosa magnifica: facevo disegni, ho utilizzato i gessi, gessi colorati sulla lavagna, dando sempre per scontato che ce ne fosse una. E quando disegni sulla base delle parole, disegni con parole utili, crei qualcosa. E l’intera mia teoria, la mia riflessione sui fenomeni dell’architettura e dell’urbanistica deriva da queste lezioni improvvisate e illustrate”. Le lezioni quindi vengono presentate come un momento di riflessione sul progetto e di creazione in diretta. La cura e l’introduzione a questa nuova edizione sono di Tim Benton, che di Le Corbusier ha realizzato mostre, tenuto corsi e soprattutto ha scritto in diverse occasioni con un approfondimento interessante nel suo libro Le Corbusier conférencier (2008), proprio riguardo le sue tecniche oratorie, le capacità persuasive e la modalità di preparare le conferenze. Il testo aiuta a comprendere la metodicità di Le Corbusier e la sua maniacale preparazione delle lezioni per le quali realizzava una grande quantità di schizzi, disegni, appunti che servivano come linee generali per i grandi disegni che poi avrebbe realizzato in diretta “improvvisando”. Le Corbusier tenne le 10 lezioni tra il 3 ottobre e il 19 ottobre del 1929 a Buenos Aires per poi spostarsi in Brasile (Brazilian corollary). Il libro fu scritto durante il viaggio di ritorno, ordinando le dieci conferenze in dieci capitoli che ne riproducono (con qualche piccola variazione) la sequenza:

1. To Free Oneself Entirely of Academic Thinking.

2. Techniques Are The Very Basis Of The Poetry.

3. Architecture in Everything, City Planning in Everything.

4. A Dwelling at Human Scale.

5. The Undertaking of Forniture.

6. The Plan of the Modern House.

7. A Man=A Dwelling; Dwellings=A City: The Plan of a Contemporary City of Three Millions Inhabitants

8. A House-A Palace: The Search for Architectural Unity.

9. The Voisin Plan for Paris: can Buenos Aires Become One of the Great Cities of the World?

10. The World City and Some Perhaps Untimely Considerations.

E a seguire: Brazilian Corollary. In appendice: The temperature of Paris e The Atmosphere of Moscow.

Nei testi, che riproducono il ritmo incalzante del parlato, si individua un percorso che rilegge e analizza i progetti sviluppati nel decennio precedente arrivando a un momento di svolta delle teorie e del metodo progettuale (il più evidente tra tutti il passaggio dai progetti brasiliani al piano di Algeri). Si ritrovano qui gran parte degli aforismi corbusieriani, del suo modo di concepire l’architettura, il problema della scala umana, la tecnica, il rapporto tra architettura e città. Tra tutti un esempio: “Le tecniche sono a fondamento del lirismo: aprono un novo ciclo dell’architettura”, in cui fa derivare tutta la sua attenzione progettuale da problemi tecnici, sociali ed economici; il problema della strada, del consumo di suolo, del miglior isolamento termico degli edifici, dell’igiene, dell’illuminazione e della ventilazione, del progetto a misura d’uomo, delle nuove esigenze degli abitanti della città. Un testo molto attuale e utile sulla necessità del superamento di alcune ideologie che affliggono la progettazione contemporanea. La lezione inizia così: “Inizio, signore e signori, col tracciare la linea che può separare, nei nostri processi percettivi, il campo delle cose materiali, degli eventi quotidiani, delle tendenze ragionevoli, dall’altro campo più particolarmente riservato alle reazioni d’ordine spirituale. Sotto la linea quello che c’è, al di sopra di essa ciò che si prova” l’obiettivo finale è di utilizzare una terminologia tecnica, legata ai dati obiettivi del progetto, per causare una reazione lirica: forma e tecnica si uniscono nel progetto, una banalità spesso dimenticata. 

Oltre il piacere della rilettura dei testi e la impressionante sequenza delle tavole a colori, la nuova edizione di Precisions apre un nuovo percorso di interpretazione sul modo di comunicare l’architettura che si offre oggi a una riflessione molto attuale. E’ questo il nodo, che va ben oltre il dato filologico, che questa edizione permette di affrontare e la riflessione che ci offre grazie a una nuova serie di interpretazioni, note, disegni e schizzi inediti, riscoperta di appunti che non sempre furono trasformati in tavole per il pubblico. Nuovi elementi che permettono nuove chiavi di lettura, analisi e riflessioni metodologiche che rivelano le strategie, il progetto divulgativo, la capacità e le modalità di comunicare il pensiero. Non quindi un momento creativo con disegni improvvisati e discorsi a braccio, come lo stesso Le Corbusier voleva far pensare il suo modo di parlare in pubblico, ma elementi di un progetto integrale di cui oggi possiamo interpretare una nuova parte. 

BIG! BAD? MODERN:

BIG! BAD? MODERN:
Four Megabuildings in Vienna
Edited by Stefan Gruber, Antje Lehn, Lisa Schmidt-Colinet, and Angelika Schnell
Park Books 2015

http://www.park-books.com/

 di Luca Montuori

Questo libro è l’esito di un percorso di ricerca, didattica e divulgazione sviluppato dall’Istituto di Architettura viennese IKA (Institute for Kunst and Architecture, Vienna). Il contenuto illustra il lavoro condotto, durante un intero anno accademico e in maniera coordinata, da tutti i docenti e tutti gli studenti dell’Istituto che hanno analizzato, ridisegnato, scomposto e ricomposto quattro edifici emblematici dell’architettura austriaca realizzati tra il 1950 e il 1980: l’ospedale di Vienna (AKH), il complesso di uffici della Austrian Broadcasting Corporation (ORF-Zentrum), La Vienna University of Economics (WU), e il complesso residenziale Alterlaa. Quattro mega-edifici; quattro frammenti di utopie realizzate in un momento di grande fiducia nel progresso tecnologico e del ruolo centrale dello stato nel controllo dei processi di costruzione della città; quattro edifici che sono allo stesso tempo sono il segno concreto della crisi del progetto moderno incarnato nella tentazione di sintetizzare la complessità della città in una forma urbana globale e risolutrice alternativa in senso assoluto alle strutture esistenti. 

Le ragioni di questo lavoro sono sintetizzate nella prefazione la direttrice dell’IKA, Nasrine Seraji, che parte dalla considerazione di quanto gli architetti limitati nell’ambiguità dell’opposizione tra fare o studiare l’architettura, non siano considerati come parte importante della comunità scientifica internazionale, e di conseguenza siano sempre mal valutati nei percorsi di ricerca universitari. Conseguentemente le scuole di architettura soffrono di una sindrome che da questa considerazione discende: poche scuole sono considerate seri istituti di ricerca. Per questo la scelta di studiare un insieme di edifici paradigmatici per la trasformazione delle relazioni architettura-città, che ridefiniscono anche il ruolo dei progettisti rispetto ai processi di produzione, di crescita, di ruolo politico e sociale, passa attraverso un impostazione metodologica molto forte e determinata, una richiesta di qualità altissima agli studenti nella conoscenza degli strumenti di analisi, di rappresentazione e nella capacità critica con cui il progetto doveva essere affrontato. Tutto questo sposta immediatamente la lettura, da una diffidente curiosità per il rinnovato interesse verso la grande dimensione che pervade alcune scuole di architettura europee, verso un approfondimento di un percorso di ricerca rigoroso che pone alcune questioni su cui le scuole di architettura europee si interrogano. In questo contesto l’IKA, come istituzione, ha deciso di lavorare sul tema del rapporto tra produzione e ricerca architettonica a partire da una selezione di esempi non innocente o poco tendenziosa ma finalizzata a riportare la discussione su un momento scomodo della produzione architettonica; il riferimento al Buono il brutto e il cattivo ne è il segno evidente e una piccola concessione alla cultura italiana del periodo. Il primo esito della ricerca è stata una mostra che si è tenuta a Vienna e che è stata l’occasione per riavviare un dibattito pubblico (cittadini, amministratori, architetti) sulla città a partire dall’architettura. Nei grandi pannelli esposti al Semperdepot i risultati dell’operazione esposti non lasciano spazio all’estetizzazione che le raffinate immagini, foto, disegni, schemi, montaggi rischiavano di produrre. Piuttosto ciò che anche si è voluto puntualizzare è come gli edifici siano stati analizzati in quanto monumenti della modernità, resti archeologici di un periodo storico passato; per far ciò sono stati sezionati e riletti utilizzando e applicando, in maniera assolutamente innovativa e rigorosa, metodologie e strumentazioni pensate per analizzare la città riportate agli edifici . Si assiste quindi a una lettura psicogeografica dei luoghi, all’analisi dei paesaggi, all’applicazione delle teorie di Kevin Lynch, Cristopher Alexander, Colin Rowe, Bernard Tschumi, Venturi, Scott Brown e Izenour. Edifici moderni e sguardo contemporaneo, anzi sguardi diversi e punti di vista multipli.

Il libro stesso diventa allora una sorta di mat-book che permette di intrecciare diversi percorsi di lettura organizzati intorno a parole chiave. L’indice del volume è pensato come una mappa concettuale, un glossario che ripercorre il senso generale dell’operazione sintetizzando premesse e risultati. Alcune delle parole chiave parlano di “letture”: bigness, city, criticism, modernism, monument etc. Altre si riferiscono a operazioni progettuali minime per cambiare radicalmente la percezione di un edificio: land, micro-public space, re-use etc. altre ancora sottendono operazioni di radicale trasformazione: demolition, facade, ruin etc. Lettura e progetto si confondono volutamente in un sistema di relazioni complesse in cui i ruoli non si distinguono. Ogni parola chiave è un punto di accesso all’edificio e il titolo di un saggio breve, una voce di glossario appunto, curata da docenti o ricercatori, parte integrante del percorso per immagini.

Nell’insieme si tratta di un libro interessante per i suoi contenuti e per la forma stessa che l’editore park-books ha contribuito a dargli, con interessanti scelte grafiche, di impaginazione e perfino alcune accortezze nella rilegatura che lo rendono un oggetto in sé prezioso. La ricerca persegue vari obiettivi ed ha molti livelli di lettura attraverso materiali ricchi ed esplorabili seguendo percorsi diversi: pone criticamente l’accento sulla costruzione di edifici che rispondono al tema della grande dimensione, dell’industrializzazione del processo edilizio e della produzione di architettura negli anni della crisi della modernità; definisce l’identità e il ruolo di un centro di ricerca per l’architettura che coniuga didattica e contesto politico interrogandosi sul senso del progettare oggi; vuole superare alcuni stanchi luoghi comuni per riportare l’architettura al centro di un dibattito vitale sul futuro della città.

LA NASCITA DEL MUSEO

Philip C. Johnson
E il museo d'arte Americano
Michele Costanzo

Postmedia 2015

In questo libro si intrecciano tre narrazioni, biografia di uno degli autori più incredibili del novecento, storia del Museo contemporaneo, ma anche storia dell'architettura americana.
Una narrazione perfetta quella di Michele Costanzo che ci trasporta in un mondo in piena trasformazione dove l'idea di abitare si fonde con quella di collezionare, dove l'ascesa di una borghesia ricca si fonde con la nascita di una tipologia, quella del museo appunto, fino a quel momento relegata all'idea di luogo pubblicogrande contenitore urbano di storia dell'arte.
Johnson inventa il museo come istituzione privata, non solo da un punto di vista teorico, è uno dei fondatori del MOMA (Museum of Modern Art) ma anche tipologico, immaginandolo come spazio privato aperto al pubblico, prima una casa per stesso, collezionista d'arte, e poi per clienti privati. Lo spazio domestico quindi come spazio per l'arte, luogo nel quale vivere ed esporre la propria visione dell'arte.
La sua Glass House cresce negli anni seguendo di pari passo la storia dell'architettura, anticipando alcune tendenze, per addizioni successive, diventando nel tempo un vero e proprio testo autobiografico dove vita e linguaggi architettonici si confrontano tra lorodiventandosegni su cui Johnson scrive la storia dell'architettura Americana.

Questo libro si legge come un romanzo, perché inquadra la vita dell'architetto nel suo contesto  storico economico e politico, intrecciandosi con la storia dell'architettura Europea, di cui Johnson diventa portavoce in America. Attraverso i suoi continui viaggi Infatti l'architetto americano crea un suo immaginario riportando indietro mode e tendenze, trasfigura un' idea di architettura adattandola alla cultura Americana. 

Il museo stesso diventa nelle sue mani un oggetto nuovo in continua evoluzione, un edificio di dimensioni contenute, impostato su un vuoto centrale che aiuta ad orientarsi eaccoglie al suo interno il visitatore, il vuoto centrale è sempre circondato da percorsi e affacci che consentono al visitatore di guardare in una vista di insieme opere diverse tra loro, una concezione dinamica dello spazio architettonico raggiunta non attraverso soluzioni formali complesse ma attraverso una perfetta corrispondenza tra movimento e forma.
Il libro descrive la nascita del museo contemporaneo appunto, ma anche una riflessione attenta sul rapporto tra Philip Johnson e il suo grande maestro Mies van der Rohe.
Collaborazioni influenze linguistiche trovano nel racconto non tanto un' interpretazione nuova quanto un unico corpo narrativo capace di rendere vivo il personaggio, farcelo amare ed odiare allo stesso tempo.
Sono convinto che Philip Johnson non sia stato un progettista straordinario ma è impossibile negare quanto l'architettura Americana gli sia debitrice.
La sua lunga vita è la storia dell'architettura del mondo nuovo, fatta non solo attraverso gli edifici ma specialmente attraverso libri e mostre.

Il libro
International Style
(1932) e le mostre al
MOMA Modern Architecture
- International Exibition (1932)
Decostructivism Architecture

(1988) sono solo le più importanti la sua influenza infatti è stata totale su più di una generazione di Architetti Americani e non solo.
Il testoacompagnato da un ricco apparato iconografico, è forse il migliore strumento per avvicinarsi all'architettura del maestro Americano
Nessun altro personaggio come Johnson sarà mai capace di mettere in connesione tra di loro tanti e così diversi ruoli appartenenti all'ambito dell'architettura§: progettista, critico e teorico, curatore, docente universitario, collezionista e promotore dell'arte moderna e contemporanea scrive Michele Costanzo nell'introduzione al volume, ed ha ragione.

Leggere questo libro mi ha fatto pensare a quanto sia comunque importante allargare in nostri orizzonti, provare anche solo per poco tempo ad immaginare come il lavoro dell'architetto non si esaurisce nel momento in cui pensiamo un edificio, ma di come sia necessario cercare di far coincidere questo pensiero con la nostra vita.

LA REALTA' DELL'IMMAGINE

 

La realtà dell'immagine
Disegni di Architettura del ventesimo secolo
VittoriMagnano Lampugnani
Edizioni di Comunità 1982

Purtroppo in Italia è sempre molto difficile stabilire un dialogo tra gli architetti anche su l'unico argomento che dovrebbe metterli tutti d'accordo, il disegno. L'unica certezza di questo mestiereè che un architetto, per dare forma ai suoi progetti deve disegnare, in un modo o nell'altro prima, dopo e durante la costruzione di un'idea di spazio lodeve rappresentare in qualche modo. Le forme del disegno sono infinite: annotazioni sui quaderni, schizzi, prospettive assonometrie, disegnare a mano o con l'ausilio di uno strumento digitale è indifferente, dettagli, piante, sezioni, montaggi e per una necessità autobiografica inserisco come forma di rappresentazione antecedente al progetto anche il collage. Insomma io non ho mai diviso gli architetti in schieramenti diversi, disegnatori e professionisti della costruzione. Alcuni degli architetti più prolifici della storia dell'architettura Le Corbusier e Oscar Niemeyer disegnavano e costrivano molto, l'architetto svizzero, oltre a disegnare, consiglio il bel libro  

di Fabrizio Foti Il "laboratorio segreto"

[1]

dell'architettura, dipingeva quotidianamente. Ogni progetto dell'architetto brasiliano nasceva da una sequenza di schizzi che prendevano forma dalle mani sapienti dei suoi collaboratori, che ancora disegnando, li trasformavano in Architettura. 

Oggi per tutti quelli che si oppongono a questa forma di pensiero, disegnare significa guardare al passato in forma nostalgica, un' opposizione ottusa al progettare, portata avanti da chi forse non ha mai progettato.

Prima di cominciare vi segnalo un altro libro sul tema che dovete assolutamente leggere, quello di Emanuele Garbin In bianco e nero Sulla materia oscura del disegno e dell’architettura, e l'ultimo numero della rivista digitale

Viceversa
curato Valerio Paolo Mosco e Carmelo Baglivo. 

Viceversa n.3

è un numero monografico prima di tutto sul progettare, naturalmente nelle poche pagine di una rivista si comincia un discorso e non lo si esaurisce, ma è importante iniziare. Specialmente se questo inizio è un continuare il discorso aperto da altri. Il Numero si presenta come un catalogo di frammenti accompagnati da testi brevi che trasformano le figure in oggetti autonomi, slegati dal progetto nel contesto in cui sono presentati,  ma che invece contengono riferimenti chiari all'architettura dei loro autori.

Il pregio del numero è nel tentativo di mettere a sistema disegni di autori molto diversitra di loro con altrettanti architetti che li commentano, spesso da queste diversità nascono spunti di approfondimento interessanti che spero arrivino presto. Mancaforse un vero e proprio approccio critico-teorico,  che potrebbe portare alla trasformazione di questo numero in un libro come quello che ho ritrovato sugli scaffali della mia libreria.

Un libro pubblicato nel 1982 curato da Vittorio Magnano Lampugnani dal titolo emblematico

La realtà dell'immagine.

Il libro comincia con un breve paragrafo che descrive alla perfezione il significato di disegno prima di procedere ad una catalogazione accurata dei progetti e degli architetti presentati, una stratificazione temporale di idee e forme perfette.

L'architettura può venire mediata nella sua evoluzione storica in più modi. Con parole, descrivendo in testi scritti. Con fotografie, presentando gli edifici che fanno storia oppure con disegni di architetti. La decisione in favore dei disegni consente anzitutto di prescindere dalla distinzione tra attuato e non attuato. La realizzazione, in genere direttamente dipendente dalla situazione economica contingente, cessa di essere così condizione sine qua non per l'architettura.  I disegni, conservando infatti i pensieri architettonici, danno la possibilità di salvare molto di quello che altrimenti si perderebbe nel consumismo architettonico. Non di rado d'altronde l'architettura nel cassettoè artisticamente e storicamente altrettanto istradatrice di quella costruita. Ve ne sono numerosi esempi nella storia dal Cenotafio per Newton di Etienne Louis Boullèe e dalle prime proposte di grattacieli vetrati di Ludwig Mies van der Rohefino al monumento continuo del Superstudio. In progetti che, aldilà dei nuovi dai vincoli realizzativi siano stati audacemente disegnati nell'utopia, l'idea porta i suoi frutti più rigogliosi. La creatività vi si manifesta nella sua forma più pura. E le visioni, non svilite dei compromessi, si dispiegano più libere: sono proprio questi progetti utopisti, apparentemente distaccati dalla realtà, quelli che con i loro impulsi maggiormente contribuiscono a trasformarla. Si aggiunga che nei disegni di architettura resta spesso chiara e leggibile la genesi del progetto. La prima idea lascia le proprie tracce impresse sulla carta, le elaborazioni successive rimangono non di rado visibili come stratificazioni sovrapposte. Il processo creativo si decifra come nelle formazioni geologiche. Infine i disegni architettonici possono senz'altro esprimere di più che non l'architettura Costruita...

I disegni di architettura di vengono perciò altrettanto precise quanto convincenti professioni di fede e culturale che acquistando un loro proprio valore artistico, possono a buon diritto propulsi come opere autonome.          

Sfogliare questo libro significa scoprire non solo segni e figure ma anche gli edifici che questi segni hanno prodotto e ispirato, significa ritrovare ancora oggi fonti ispiratrici e idee da rielaborare e attualizzare, seguendo non strategie formali di riuso o citazione acritica,  ma modi di considerare la storia così come la intendeva Benjamin un modello dialettico che sfugge al più banale modello di passato storicista.

La storianon è una cosa fissa e neppure un processo continuo, ma un percorso nella memoria pieno di biforcazioni passaggi e ritorni, che come sostiene Georges Didi Huberman non consiste nel partire dai fatti passati in se stessi, che sono un illusione teorica, ma dal movimento che li richiama e li costruisce nel sapere presente dello storico.  Un riaffiorare del tempo un' idea che esiste la storia solo a partire dall'attualità del presente.
Lo sguardo sul riaffiorare della storia come spazio dialettico è chiamato da Benjamin un'immagine (non è un caso che il titolo di questo libro utilizza la parola immagine e non disegno) Nelle immagini l'essere si disgrega, scrive Huberman, esplode, e in ciò mostra, per un solo istante, di che cosa è fatto. L'immagine non è l'imitazione delle cose, ma l'intervallo reso visibile, la linea di frattura delle cose.

Ecco dunque che tutti questi disegni hanno un doppio significato o meglio un significato dialettico, agiscono sulla realtà del loro tempo e sul presente in modi diversi, al loro interno entrano in collisione storia anterioreestoria ulteriore Potenza di Collisione, in cui cose, tempi, sono messi in contatto, urtati dice Benjamin, e disgregati nel contatto stesso, un disegno produce effetti diversi basta avere la capacità di leggerlo.

Le immagini prodotte attraverso i disegni contribuiscono a sviluppare l'immaginazione che è ben altro che una semplice fantasia soggettiva.

l'immaginazione è una facoltà...che percepisce i rapporti intimi e segreti delle cose, le corrispondenze e le analogie.

[5]

Nel libro di Lampugnani così come nel numero di Viceversa trovano spazio cose diversissime tra loro che racchiudono al loro interno una stratificazione di letture possibili.

Infatti un qualsiasi segno su carta non si limita a descrivere un oggetto maè una forma di interpretazione dialettica che instaura con la storia un rapporto non ansioso. 

Quel nuovo arricchimento della sintassi architettonica capace di attingere a cataloghi diversi

[6]

che Costantino Dardi descriveva cosiAttingendo a sistemi diversi da quello della storia dell'architettura, recuperando il dialogo con il sistema delle configurazioni naturali, delle forme organiche segnate da crescita biologica, utilizzando l'immaginazione connessa con il mondo della tecnologia, dei processi di produzione industriale con il modello della macchina. Giustapponendo relazionando questi tre sistemi in molte strade si potranno riaprire la ricerca recuperando quell'intima unità tra interno e che nel mondo occidentale è stata inequivocabilmente posta da Piero della Francesca: ad Arezzo o ad Urbino, della flagellazione di Cristo o nell'incontro di Salomone con la regina di Saba, il cubo prospettico del pieno e del vuoto, dell'interno e dell'esterno, dell'urbano e del territoriale vivono entro un rapporto geometrico e matematico assoluto e si relazionano attraverso un elemento verticale che li incerniera: quella cerniera può essere costruita da una figura umana, da un albero o da una colonna. Questo rapporto è noto. Come la ricerca architettonica saprà da qui muovere, questo è il dato sconosciuto.                 

Ecco che ogni riferimento alla cultura post moderna intesa non come lingua ma come attitudine, si lega direttamene al singolo progettista capace di interpretare, guardare e ridisegnare uno spazio. Disegnare quindi come strumento utile a far evolvere la storia non usandola come frammento ma come memoria da reinventare di continuo, non una scrittura acritica ma una riscrittura di spazi e forme. 

[1]

Fabrizio Foti Il "laboratorio segreto" dell'architettura. L’intimo legame fra arti plastiche e progetto di architettura in Le Corbusier. Lettera ventidue 2008

[2]

Emanuele GarbinIn bianco e nero Sulla materia oscura del disegno e dell’architettura, Quodlibet 2014

[3]

Georges Didi Huberman Storia dell'arte e anacronismo delle immagini - Bollati Borlinghieri 2007

[4]

Benjamin (Das Passagen Werk) Ipassages di parigi Einaudi 2010 vol. 1

[5]

Baudelaire

[6]

Anche Ettore Sottsass molto diverso da Costantino Dardi scriveva qualcosa di simile

 

Nel disegnare architetture sarebbe bello avere anche altre origini, altre informazioni: sarebbe bello avere altri cataloghi.